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venerdì 3 gennaio 2014

Il bacino del Bientina


I download completi possono essere trovati nell'area download del sito www.studiomadera.it


I corsi del Serchio che attraversavano la piana rappresentarono un problema per l’insediamento delle popolazioni, ma al tempo stesso favorirono lo sviluppo agricolo e commerciale dell’area.Nel V secolo, col decadere della potenza romana la pianura lucchese subì un brusco peggioramento,cessarono i lavori di sistemazione dei corsi d’acqua e la cura delle strade e dei ponti, i fiumi della zona tornarono ad alluvionare frequentemente la campagna e le parti più basse del territorio si trasformarono in aree palustri. In particolare, il letto dell'Arno, sospinto dalle fiumane dell'Era, penetrò fra le Cerbaie e il Monte Pisano fino a Bientina, trascinando detriti che andavano ad ammassarsi, a mo' di argine naturale, sul lato meridionale del lago, il quale cosi si formò. Il Lago di Bientina, con una superficie di quasi 40 kmq  era il più esteso fra i laghi della Toscana ed il suo immissario principale era l'Auser (oggi Serchio)..Al 1786 risale il progetto per lo svuotamento e la bonifica del lago che prevedeva la botte sott'Arno dell'ingegner Ciaccheri.Il lago fu poi prosciugato nel 1859 mediante l'opera di Alessandro Manetti che scavò il canale emissario Imperiale, oggi di Bientina, e realizzo la cosiddetta “Botte”, condotto sotterraneo lungo circa 255 mt. L’ingegnoso sistema a sifone che tuttora sottopassa l'Arno permette al canale di proseguire autonomamente verso il mare. Dal 1756 al 1763 Leonardo Ximenes realizzò un complesso sistema di canali. Uno di questi collegava il lago all'Arno, allo scopo di ottenere non tanto il prosciugamento della zona, quanto il ricambio costante delle acque per risolvere il problema dell'insalubrità dell'ariaIl prosciugamento completo del lago, avvenne mediante un complesso meccanismo di canalizzazione mai definitivamente concluso.Le opere di bonifica e di sistemazione, difatti, continuarono dopo la fine della prima guerra mondiale e si protrassero fino al 1940.L'ultimo progetto sull'assetto idraulico del bacino del Bientina e dell'Ente Maremma (ora Ente Toscano di Sviluppo Agricolo) risale al 1975. Gli studi e i progetti continuano e si prospettano interventi tesi al risanamento dall'inquinamento idrico di tutto il Bacino.



Inquadramento geografico



Il bacino imbrifero del torrente del Bientina è, in gran parte sito nel territorio provinciale di Lucca, ed in particolare nei Comuni di Altopascio, Borgo a Mozzano, Camaiore, Capannori, Lucca, Massarosa, Montecarlo, Pescaglia e Porcari, ed in parte nella Provincia di Pisa, nei comuni di Bientina, Buti, Castelfranco di Sotto, Santa Croce sull’Arno, Santa Maria a Monte, S.Giuliano Terme, Calcinaia e Vicopisano.








 Il corpo idrico principale è il Canale Emissario di bientina,con una lunghezza totale di 38 km, nel quale confluiscono una numerosa serie di canali artificiali di varie dimensioni che convogliano le acque afferenti, alcuni di questi canali coincidono con corsi d’acqua che si dipartono dai versanti, altri sono invece veri e propri collettori artificiali realizzati al fine di regimare il deflusso delle acque nel Padule.Il Canale Emissario Bientina nasce dalla confluenza tra il Canale Rogio e il Rio Navareccia sul territorio di Bientina, quasi all’estremità Nord. Il bacino di monte, in corrispondenza di suddetta confluenza, presenta una superficie di circa 173 kmq.,La sezione di chiusura del bacino, in corrispondenza de “la Botte”, impone il passaggio di una portata di circa 85 mc/s. All’altezza della botte abbiamo un area di 408 km2, con un’elevazione media pari a 97 m s.l.m, e una pendenza media pari al 13,7 % (c è file nei preferiti)Pertanto il territorio comunale, si presenta assai depresso in termini altimetrici, e caratterizzato da un elevata pericolosità idraulica e rischio di ristagno; fenomeni esondativi e di ristagno sono assai frequenti, anche per eventi meteorici non eccezionali.Nel Padule sono presenti, al fine di evitare il ristagno e favorire il deflusso dei volumi esondati, alcuni impianti idrovori.


Coniugazione/regole Verbi spagnoli








mercoledì 25 dicembre 2013

Testi tradotti da Italiano a Spagnolo


Queste traduzioni mi hanno aiutato tantissimo ad apprendere lo spagnolo--in fondo ci sono le traduzioni in spagnolo

1. Uso del artículo
L'Italia e la Spagna sono paesi mediterranei.
Il tuo cappello è veramente bello, dove l'hai comprato?
I suoi fratelli erano in montagna quando avvenne l'incidente.
Tu preferisci andare in strada con i tuoi amici o restare a casa con me?
L'Andalusia è la regione più meridionale della Spagna.
Voi che giocate a calcio dovete allenarvi molto per essere in forma.
Il ragazzo con gli occhiali è un nostro compagno di scuola ed è molto simpatico.
Gli zii di Pietro sono tutti giovanissimi, tu li conosci?
Lo zingaro che cantava in piazza è lo stesso che abbiamo visto l'altro giorno vicino al mercato.
Noi italiani siamo bruni mentre voi tedeschi siete biondi.
Ho visto Carmen con il vestito che si comprò ieri e stava veramente bene; a lei dona molto il colore verde.
Dov'è la tua amica Isabella? E' andata in chiesa; verrà più tardi.
Vorrei sapere dove sono le scarpe che ho comprate; non le trovo.
A Luigi piace portare sempre la cravatta, dice che si sente più elegante.
A te piacciono di più le rose o i garofani? -Preferisco le rose.
Hai consultato il vocabolario di spagnolo per sapere che significano le due parole che non conoscevamo?
Quelli che erano qui sono andati al cinema, e gli altri?
Tutti sanno che lo zucchero è dolce ed il caffé è amaro.
Abbiamo comprato dello zucchero per fare la torta; vuoi aiutarci a farla o vuoi mangiarla soltanto?
Il film che hanno dato in TV ieri era molto bello ma quello di oggi è meglio ancora.
L'attore Kevin Costner è bravissimo e i suoi film sono tutti belli, a te non piace?
Ciò che hai detto non mi sembra affatto giusto.
 

2. Uso dell'accusativo personaleHo visto Luigi con suo fratello.
Hai visto il vestito che c'era in vetrina?
Abbiamo trovato Paolo che aspettava Pietro.
Ho comperato cinque libri di un autore che non conoscevo.
Tu non conoscevi quest'autore? Io avevo letto tre libri suoi.
Bada i bambini perché non si facciano male.
Il prete benedì tutti i fedeli che assistevano alla preghiera.
Ieri ho visto un'opera del noto dramaturgo spagnolo Martín Recuerda rappresentata da bravissimi attori.
Non approvo Carlo perché di solito fa quello che vuole senza pensare agli altri.
Cercavano un meccanico perché riparasse la macchina che si era fermata all'improvviso.
Se chiudi la porta staremo meglio tutti.
Conosci il ragazzo che era di fronte alla scuola? Lui conosceva te; lo so perché disse il tuo nome quando passammo accanto a lui.
Devi consolare il tuo amico; è molto triste perché non è riuscito a passare l'esame di Spagnolo.
Non contraddire tua madre, che abbia o no ragione; resterebbe molto male.
Abbiamo letto il libro che Giovanni ci prestò; non era interessante quanto diceva lui.
Hanno licenziato molti lavoratori dalla fabbrica perché non produceva più come prima.
Sveglia i tuoi fratelli; è ora di andare a lezione e non dovete perderla.
L'altro giorno abbiamo visitato la famiglia di cui ti avevo parlato.
Questo politico convince facilmente la gente con la sua oratoria.
Hai scelto già il compagno con cui vuoi andare alla festa? Se scegli Carlo ci sandrà volentieri.
Obbedisci i genitori, non vedi che loro vogliono soltanto il tuo bene?
 

3. Uso delle preposizioniVivo a Siviglia ma vado spesso a Cordoba.
L'anno prossimo andrò in Spagna e passerò un mese a Malaga.
Dietro alla casa c'era un bel giardino.
Fra te e me non ci sono mai stati problemi.
Vorresti venire con me al cinema se ci andassi domani?
Vuole imparare bene a guidare la macchina.
Il gattino si nascose sotto il tavolo.
Sul vasoio ci sono tre bicchieri ed una bottiglia.
Ho sentito alla radio una notizia sensazionale.
Davanti alla porta ho visto l'amico di Paolo.
Non fare niente contro di lui, non lo merita.
Senza di voi non andremo a nessuna parte.
Quanti chilometri ci sono da Roma a Napoli?
Dalla terrazza si vedono i tetti della città.
Verso dove vai? Ti posso accompagnare?
Questi fiori sono per una mia amica che compie gli anni oggi.
Siete sempre in giro per la città invece di studiare.
Secondo me non potrai passare gli esami se non studi un po'.
Vado a trovare la nonna perché è malata.
Porteremo i libri ai nostri compagni che ci aspettano.
La tua borsa è sulla sedia, prendila!.
Per chi sono quelle caramelle? Sono per i bambini.
Non lo vedevo perché era nascosto dietro alla porta.
Ho lasciato i guanti nel cassetto e adesso ho le mani fredde.
Domani abbiamo lezioni dalle due fino alle otto.
Questo quadro è stato dipinto da una famosa pittrice.
Fa questo per me, ti prego, non lo dimenticherò mai.
Lo vidi davanti al cinema ma lui non mi riconobbe.
Secondo loro sempre compravano tutto per gli altri.
Mi piace passeggiare per la città di pomeriggio.
 

4. Uso dell'imperativo e del condizionaleMetti quello dove era; mettilo di nuovo nel cassetto.
Fate ciò che vi hanno detto e non parlate più.
Se lui venisse gli direi tutto.
Non guardare così la gente, puoi disturbare qualcuno.
Tutti facciano quello che devono fare.
Stiratevi il vestito prima di uscire.
Mi disse che sarebbe arrivato presto ma ancora non è qui.
Andiamocene! Qui non facciamo più niente.
Non stare a perdere il tempo invece di lavorare.
Saranno state le sette di sera quando arrivò la polizia.
Lavati i capelli presto, che dobbiamo uscire.
Vieni con me e ti porterò a vedere un film bellissimo.
Vorremmo che loro ci accompagnassero ma ci hanno detto di no.
Bambini, lavatevi le mani prima di mangiare.
Se fossero arrivati in tempo avremmo potuto andare al concerto.
Promisero che avrebbero fatto tutto loro e non l'hanno fatto.
Sarebbe stato meglio che tu non fossi uscito quel giorno.
Sai quanti erano? Non so, saranno stati diciotto.
Come devo dirtelo? Non prendere quello che non è tuo.
Prendi la penna e mettiti a scrivere immediatamente.
Laviamoci i denti e andiamo subito da loro.
Non credere tutto quello che ti dicono, tante cose non sono vere.
Esci presto oggi, non devi uscire sempre tardi.
Avevo detto che sarei andata lì perché credevo di poter farlo.
Dimmilo, non ti punirò, sai che non lo faccio mai.
Prendeteli! sono per voi.
Se lui mi avesse confessato tutto, io l'avrei perdonato.
Credetemi, vi sto dicendo la verità.

5. Uso di SER/ESTARMaria è una ragazza bellissima.
Paola oggi è bellissima perché porta un vestito nuovo che le dona.
Questa casa è molto bella ma è in un posto brutto.
Se fosse vero ciò che dici io lo saprei.
Perché stai a guardare? Studia un po' la grammatica.
Non so di chi sia questo quaderno.
Erano le tre e lui non era arrivato.
Noi siamo studenti perciò siamo in aula.
Se tu fossi medico lo potresti guarire ma non lo sei.
Quando saremo in Spagna visiteremo Siviglia.
Tu chi sei? Sei di qui? Non ti avevo mai vista.
Sono tutti a casa perché piove troppo.
Come sei bella oggi! Che ti sei fatta?
Non erano come pensavi tu; erano brave persone.
Che ore sono? -Sono le tre e quarantacinque.
Se sono qui è perché sono cugino di Carlo.
Loro sono malati; hanno l'influenza.
Non sei più giovane per fare queste cose.
Saranno qui fra poco e potrai parlare con loro.
Quanti ne abbiamo? Ne abbiamo 21 settembre 1999.
Non sono sicuro di niente in questo momento.
Era convinto che tutto fosse come lui diceva.
Non devi fare così, devi essere tranquillo.
La neve è fredda ed il sole è caldo.
Non era facile quella lezione di economia.
Erano molto stanchi e si vedeva.
Non so se sei davvero la figlia del mio amico.
Questi vestiti sono verdi ma io prefirei che fossero gialli.
Questi ragazzi sono intelligentissimi ma sono ancora immaturi.
Siamo davvero stufi di sentire sempre le stesse cose.
 

6. Uso di alcune forme verbaliPensavo di andare con lui al cinema ma restai a casa.
Ci chiesero di andare con loro al bar.
Il fatto che a te non piaccia non vuol dire che non sia vero.
Eravamo convinti che lui non volesse farlo.
Continua a dire che studierà ma ancora non ha cominciato.
Se credi di dover uscire con loro perché non lo fai?
Continuamente ci dicevano di accompagnarli e non capivamo perché.
Se ordina di fare quello che non devi fare, digli di no.
Speravamo di poter accompagnare loro in quel viaggio.
Se io dico di fare una cosa, la faccio.
Mi chiedi di telefonarti e non mi dici qual è il tuo numero.
Ti dirà di andare a casa sua domani, vedrai.
Mi convinse che era meglio restare a casa.
Quando vi dirà di dargli i soldi, non dateglieli.
Ero sicuro che fosse come lei aveva detto.
Se mi ordinasse di lavorare lo farei.
Confesso di averlo fatto male anche se non era la mia intenzione.
Vi siete accorti di questo? Vi siete accorti che mancano i soldi?
Non dirmi di studiare perché non vedo che tu studi nemmeno un giorno.
Credo che se pensasse di venire l'avrebbe detto.
Non penso di andare da lui oggi.
Loro erano convinti che tu li volessi bene.
Ci ha chiesto di prestargli molti dischi.
Credo di averlo fatto abbastanza bene.
Perché non confessi di essere stato tu?
Mi chiede sempre di regalarle fiori.
Non pensare che se mi dici di dartelo te lo darò.
 

7. Scaccia il pensiero incongruo dalla (vedi da) mente, alza lo sguardo al soffitto pavesato di salami che pendono da ghirlande natalizie come frutti dai rami del paese di cuccagna. Tutt'intorno sulle alzate di marmo l'abbondanza trionfa nelle forme elaborate dalla civiltà e dall'arte. Nelle fette di paté di selvaggina le corse e i voli della brughiera si fissano per sempre e si sublimano in un arazzo di sapori. Le galantine di faggiano si distendono in cilindri grigiorosa sormontati, per autenticare la propria origine, da due zampe uccellesche come artigli che si protendono da un blasone araldico o da un mobile rinascimentale.
Attraverso gli involucri di gelatina spiccano i grossi nèi di tartufo nero messi in fila come bottoni sulla giubba d'un Pierrot, come note d'una partitura, a costellare le rosee variegate aiuole dei patés de foie gras, delle soppressate, delle terrines, le galantine, i ventagli di salmone, i fondi di carciofo guarniti come trofei. Il motivo conduttore dei dischetti di tartufo unifica la varietà delle sostanze come un nereggiare d'abiti da sera in un veglione mascherato, e contrassegna l'abbigliamento da festa dei cibi.
Italo Calvino. Palomar
 

8. Quando Pin si sveglia vede i ritagli di cielo tra i rami del bosco, chiari che (1) quasi fa male guardarli. E' giorno, un giorno sereno e libero con canti d'uccelli.
L'omone è già in piedi accanto a lui e arrotola la mantellina che gli ha tolto di dosso.
-Andiamo, presto, che è giorno, -dice. Hanno camminato quasi tutta la notte. Sono saliti per oliveti, poi per terreni gerbidi, poi per oscuri boschi di pini. Hanno visto gufi, anche; ma Pin non ha avuto paura perché l'omone col berrettino di lana l'ha sempre tenuto per mano.
-Tu caschi dal (vedi de con significato causale) sonno, ragazzo mio,-non vorrai mica che ti porti in bracio?
Difatti Pin faticava a tener gli occhi aperti, e si sarebbe volentieri lasciato andare nel mare di felci del sottobosco, fino ad esserne sommerso. Era quasi mattina quando i due sono arrivati allo spiazzo d'una carbonaia e l'omone ha detto: -Qui possiamo far tappa.
Pin si è sdraiato sul terreno fuligginoso e come in un sogno ha visto l'omone coprirlo con la sua mantellina, poi andare e venire con dei legni, spaccarli, e accendere il fuoco.
Ora è giorno, e l'omone sta pisciando sulle le ceneri spente; anche Pin si alza a pisciare vicino a lui. Intanto guarda l'uomo in faccia: non l'ha ancora visto bene alla luce. Man mano che le ombre diradano dal bosco e dagli occhi ancora appiccicati dal sonno, Pin continuerà a scoprire in lui qualche particolare nuovo: è più giovane di quello che sembrava e anche di proporzioni più normali; ha i baffi rossicci e gli occhi azzurri, e un'aria da mascherone per quella grande bocca maldentata e quel naso spiacciato sulla faccia.
Italo Calvino. Il sentiero dei nidi di ragni
(1) Nelle frasi comparative lo spagnolo richiede la particella comparativa anche nel primo termine del paragone

9. Avevamo comperato due candele , le accesi entrambe. Ti eri seduto sulla sponda del letto.
"Ti metto nei pasticci", dicesti. Eri di nuovo sicuro di te e parevi contento. L'espressione del tuo volto si era addolcita e diventata quasi infantile; parlavi col tono di un bambino che l'ha avuta vinta.
"Sai cosa pensa di me il babbo" dissi. "Dirà che sono stato io a convincerti di non tornare" (vedi di + inf.).
"Gli ho lasciato scritto che tornerò soltanto quando avrò (vedi congiuntivo) trovato una nuova camera".
Le nostre ombre riempivano le pareti; la stanza era piuttosto alta di volta e per questo sembrava più squallida e disadorna. Sotto il finestrino c'era la cassa con le cianfrusaglie di famiglia che la nonna aveva voluto affidarmi. Sul tavolo, alcuni libri, fra cui (vedi cui) un grosso volume dell'ottocento ov'erano raccolte tutte le opere di De Musset, in originale.
Pigliasti in mano il Musset, poggiandolo sulle ginocchia per aprirlo.
"Conosci il francese?"
"Cerco d'impararlo leggendolo" risposi.
"Senza la grammatica?"
"Ho un piccolo vocabolario". Lo presi dalla parte opposta del tavolo e te lo mostrai.
"Io uso la grammatica del Fiorentino, te la potrei prestare"
"Tu a che punto sei?"
"Sono stato bocciato proprio (vedi proprio) in francese, l'anno scorso"
 10. A osservarlo, capivo che Berardo era disposto a tutto, pur di riuscire. Nessuno scrupolo l'avrebbe trattenuto (vedi futuro nel passato). Egli non avrebbe esitato a buttarmi fuori dal finestrino, se avesse pensato che questo potesse essergli utile. A guardare le sue mascelle, mi venive paura. "Se avrà (vedi futuro) fame mi mangierà" pensavo.
Attraverso il finestrino si vedevano passare di corsa montagne, prati, case, orti, giardini, campi, ruscelli, siepi, cavalli, vacche, pecore, paesi, e poi di nuovo terre, terre, terre.
"Quante terre" mormorava Berardo tra i denti.
All'improvviso ci accorgemmo che due carabinieri erano entrati nella nostra vettura e stavano interrogando ogni viaggiatore.
"Dove andate?" chiesero con arroganza anche a noi.
"Pellegrinaggio" rispose Berardo e porse una lettera di don Abbacchio col timbro della parrocchia.
"Buon viaggio" ci augurarono i carabinieri.
Berardo sorrise.
Prima di scendere alla stazione di Roma, Berardo si strinse i lacci delle scarpe e si sputò sulla palma delle mani, come chi è pronto ad abbattere qualunque ostacolo.
A Roma predemmo alloggio nella Locanda del Buon Ladrone, che era stata raccomandata a Berardo dal (vedi da) viaggiatore incontrato nello studio di don Circostanza. Sulla porta della Locanda vi era un'insegna che rappresentava le tre croci del calvario. Per questo poteva pensarsi che il nome della locanda si riferisse al famoso ladrone che fu crocefisso alla destra di Cristo e prima di spirare riconobbe la sua divinità e in compenso ricevette la promessa: "Oggi stesso sarai meco in Paradiso"
Ignazio SiloneFontamara 

11. "Appena sarò (Vedi congiuntivo) in condizioni di viaggiare, me ne andrò all'estero " don Paolo disse a Bianchina. "Non posso più (vedi più) vivere in quest'odioso paese"
"Cercami un posto e verrò anch'io" disse la ragazza.
L'idea di ritrovarsi con Bianchina all'estero divertiva don Paolo (vedi accusativo personale).
"Se verrai (vedi futuro) all'estero" disse "ti racconterò un segreto che ti farà ridere"
"Non potresti raccontarmelo subito?"
Ma don Paolo non si lasciò convincere.
Berenice curava il prete secondo le prescrizioni del medico condotto da Fossa. Egli aveva raccomandato in modo particolare di distrarre (vedi di + infinito) il malato dai pensieri melanconici. e di questo si era coscienziosamente incaricata Bianchina. Si capiva che, trattandosi di un malato, la ragazza si trovava un po' impacciata nella scelta dei mezzi. A tutta una serie di giocherelli e scherzi che avrebbero divertito di sicuro don Paolo ma a scapito della sua salute, ella dovete rinunziare. Essendo però una ragazza piena di risorse, ella riesumò dai ricordi di collegio passatempi innocui che lo distraevano dal suo umore nero, come, ad esempio, la corsa delle mosche. In collegio la corsa delle mosche era praticata (vedi pasiva refleja)soprattutto nelle ore di scuola.
Ignazio SiloneVino e pane
 

12. Una notte alzatasi (vedi participio passato) per andare a bere mentre attraversava il corridoio Madame s'era imbattuta in Fabrizio fermo lì davanti, che le aveva sorriso e aveva detto, si trovava in vestaglia: "Fa caldo, stasera, è vero? Quest'estate non si decide a morire..." e allora aveva annuitoi fingendo di credere (vedi di + infinito) che lui stesse (vedi congiuntivo) lì a respirare un alito di fresco sebbene ci fossi da domandargli (vedi da), un po' crudelmente, come potesse (vedi congiuntivo) illudersi di prendere una boccata d'aria in quel corridoio tutto chiuso e senza riscontri: ma perché umiliarlo sino a questo punto?, e perciò aveva preferito mentire e unirsi a lui in un banale generico commento sul tempo e affrettare il passo verso la scala e scendere in cucina per liberarlo della sua presenza ma sapendo bene ch'egli la seguiva con lo sguardo e magari era arrossito senza ritegno, ora che lei gli voltava le spalle, proprio (vedi proprio) per quella pietosa bugia alla quale entrambi avevano finto di credere (vedi di + infinito) (così che in definitiva secondandolo in questo ripiego lo aveva umiliato maggiormente); e poi in cucina, mentre indugiava a bere, aveva avuto l'impressione che Fabrizio cercasse di girar la maniglia della porta, che gli resisteva, supplicando: "Ti prego, Valeria, fammi entrare prima che risalga... non farmi fare queste figure..." e allora s'era trattenuta più del dovuto apposta per non ritrovarlo in corridoio e infatti non ce l'aveva trovato, al ritorno, ma poteva anche darsi ch'egli non fosse entrato, nella camera, e che si fosse nascosto in qualche altra stanza giusto per non farsi sorprendere da lei quando sarebbe risalita.
Michele PriscoUna spirale di nebbia
 

13. Dopo alcune settimane, avevano raccolto qualche informazione. Durante il taglio dei capelli o la rasatura, Frisella usaba fischiettare (vedi usare + infinito) arie d'opera: a volte, ascoltando la grossa radio ovale che trasmetteva dischi da (vedi da) Roma. Ora, la radio era sempre accesa quando veniva servito (vedi verbi ausiliari) il maresciallo, e sempre, prima o poi, il barbiere si chinava su di lui per bisbigliare qualcosa. A un occhio non sospettoso, ciò poteva apparire pura e semplice deferenza verso un cliente, ma, un giorno, a una spia di Pisciotta scappò l'occhio sulla banconota estratta di tasca dal maresciallo per il pagamento. La banconota era piegata, e Frisella la ripose nel taschino dell'orologio, sotto il camicie bianco. Quando la spia e un compare lo costrinsero a mostrarla, videro che si trattava di un biglietto da diecimila lire. Frisella giurò che quello era il saldo di mesi di rasature e le spie finsero di credergli (vedi di + infinito).
Tornato al campo sulle le montagne, Pisciotta espose il tutto a Giuliano in presenza di Terranova, Passatempo e Silvestro. Giuliano si portò al margine della rupe sovrastante (vedi participio presente) Montelepre e rimase, intento, a guardare (vedi forme durative) giù.
Mastro Frisella, il barbiere, aveva fatto parte del paese fin da quando lui poteva ricordare. Da bambino era andato da (vedi da) lui per farsi tagliare i capelli per la cresima, e ne (vedi ci (vi) e ne) aveva ricevuto in dono una monetina d'argento. Di lui, che gli aveva lanciato frizzi per la strada e che si era sempre informato della salute dei suoi genitori, conosceva anche la moglie e il figlio.
Mario PuzoIl Siciliano
 

14. Più il tempo passava, più gli orchestrali restavano cristalizzati nei gesti -gli archetti sui violini, gli ottoni alle bocche- come cristalizzata dal malvolere degli uomini , era la natura che ispirava la loro forzata assenza di suoni. I gialli. i viola, gli azzurri sfiorirono sulle figure, con lo spegnersi graduale degli effetti luminosi. E spuntò il nero neutro, senza mistero, in cui sarebbe precipitata (vedi futuro nel passato) la terra.
Il silenzio del concerto sortì un magico effetto: Si diffuse sulla città e la sgomentò. Persino la Grande Giò, la notte, ne (vedi ci (vi) e ne) ebbe un incubo. Svegliandosi di soprassalto, pregò il Piccolo Giò (vediaccusativo personale) di cantare una romanza, ma il volatile rimase zitto.
Nei giorni seguenti, anche chi aveva riso di quello sciopero, fu afferrato da (vedi da) una strana infelicità; si rese conto di come fa presto ad avizzire un giardino, dove di solito si portano a giocare i bambini e si sta seduti su una panchina, a godersi il solicello che filtra nei pensieri. E si capì com'è triste conoscere, una sera, la donna a lungo attesa e fantasticata, senza poterle mandare, il mattino dopo, nemmeno un bouquet, perché la saracinesca del fioraio è abbassata.
Si aggiunse che Zibì concesse la sua prima intervista nel nascondiglio inaccessibile solo alle forze dell'ordine. Egli ribadiva che la cifra con nove zeri, richiesta per la restituzione delle reliquie, la pretendeva pagata in fiori. Colpirono la sua proprietà di linguaggio, l'imprevisto delle citazioni e il tono scanzonato delle risposte:
"Lei ha fiducia nelle Autorità con cui sta trattando?"
"Ce l'ho"
"Ciò è sorprendente"
"Sarebbe sorprendente se gliela prestassi, questa fiducia. Sono certo che non me la restituirebbero"
Alberto BevilacquaLa Grande Giò
 

15. "Nel mondo accadono certo molte cose nuove. Ma perché pensate che la colpa sia (vedi congiuntivo) dell'Abate?"
"Perché ha dato la biblioteca in mano agli stranieri e conduce l'abbazia come una cittadella eretta in difesa della biblioteca. Una abbazia benedettina in questa plaga italiana dovrebbe essere un luogo dovedegli (vedi del, dei,...)italiani decidono per cose italiane. Cosa fanno gli italiani, oggi che non hanno neppure più un papa. Commerciano e fabbricano, e sono più ricchi del re di Francia. E allora facciamo così anche noi, se sappiamo far bei libri fabbrichiamone (vedi ci (vi) e ne) per le università, e occupiamoci di quanto avviene giù a valle, non dico dell'imperatore, con tutto il rispetto per la vostra missione, frate Guglielmo, ma di quel che fanno i bolognesi o i fiorentini. Potremmo controllare di qui il passaggio dei pellegrini e dei mercanti, che vanno dall'Italia alla Provenza e viceversa. Apriamo la biblioteca ai testi in volgare, e saliranno quassù anche coloro che non scrivono più (vedi più) in latino. E invece siamo controllati da un gruppo di stranieri che continuano a condurre (vedi forme durative) la biblioteca come se a Cluny fosse ancora abate il buon Odillone..."
"Ma l'Abate è italiano," disse Guglielmo.
"L'Abate qui non conta nulla," disse sempre sogghignando Aymaro. "Al posto della testa ha un armadio della biblioteca. E' tarlato. Per far dispetto al papa lascia che l'abbazia sia invasa di fraticelli.... dico di quelli eretici, frate, i transfughi del vostro ordine santissimo... e per far cosa grata all'imperatore chiama qui monaci da tutti i monasteri del nord, come se da noi non avessimo bravi copisti, e uomini che sanno il greco e l'arabo, e non ci fossero a Firenze o a Pisa figli di mercanti, ricchi e generosi, che entrerebbero volentieri nell'ordine, se l'ordine offrisse la possibilità d'incrementare la potenza e il prestigio del padre. Ma qui, l'indulgenza alle cose del secolo la si riconosce solo quando si tratta di permettere ai tedeschi di... oh buon Signore fulminate la mia lingua che sto per dire cose poco convenienti!"
"Nell'abbazia avvengono cose poco convenienti?" domandò distrattamente Guglielmo, versandosi ancora un poco di latte.
"Anche il monaco è un uomo," sentenziò Aymaro. Poi aggiunse: "Ma sono meno uomini che altrove. E quello che ho detto, sia chiaro che non l'ho detto".
"Molto interessante," disse Guglielmo. "E queste cose sono opinioni vostre o di molti che pensano come voi?"
Umberto EcoIl nome della rosa
 

16. Quanto a mia suocera, ci dissuadeva dal cambiare casa perché, nell'appartamento d'affitto che ora abitavamo, c'erano pavimenti gialli, i quali, essa diceva, emanano una luce che rende bella la carnaggione: e ci consigliava, se volevamo proprio comperare una casa, di convincere (vedi di + infinito) il proprietario a venderci quella: il che era, come avevamo cercato più volte di spiegarle, inattuabile, perché né il proprietario desiderava di vendercela (vedi di + infinito), né noi, per vari motivi, desideravamo di comperarla.
Dunque vi furono (vedi esserci) due periodi nella ricerca: uno nel quale io cercai da sola, con fervore ma insieme con timidezza e sfiducia, perché la diffidenza e la sfiducia di mio marito si erano contagiate a me: e perché sempre ho bisogno, nelle mie iniziative di natura pratica, che mi accompagni l'assentimento di un'altra persona. Poi vi fu un secondo periodo , nel quale mio marito cercò casa con me. Quando lui cominciò a cercare con me la casa, scopersi che la casa che lui voleva non assomigliava in nulla a quella che volevo io. Scopersi che lui, come me, desiderava una casa simile a quella nella quale aveva trascorso la sua propria infanzia. Siccome le nostre infanzie non si assomigliavano, il dissidio fra noi era insanabile. Io desideravo, come ho detto, una casa con il (vedi articolo) giardino: una casa al pianterreno, magari un po' buia, con del (vedi del, dei,...) verde intorno, edera, alberi; lui, avendo passato l'infanzia parte in via dei Serpenti e parte in Prati, era attratto dalle (vedi por) case situate in una di queste due zone. Degli alberi e del (vedi lo) verde se ne infischiava. Voleva vedere dalle finestre dei tetti: mura antiche, scrostate, rosicchiate dal tempo, biancheria rappezzata sventolante (vedi participio presente) fra umidi vicoli, tegole muschiose, grondaie rugginose, comignoli, campanili. Così cominciammo a litigare: perché lui scartava tutte le case che a me piacevano, trovando che costavano troppo, o che avevano qualche difetto: e siccome anche lui s'era messo a guardare gli annunci, sottolineava con la matita soltanto le case che erano nel centro di Roma. Veniva con me a vedere le case alle quali io m'interessavo, ma il suo viso era, prima ancora che salissimo le scale, così accigliato, il suo silenzio così incollerito e sprezzante, che io sentivo che l'indurlo a guardarsi intorno con occhi umani, a scambiare qualche parola cortese col portiere o col proprietario che ci precedevano aprendo le imposte, era un'impresa impossibile. Gli dissi allora che mi era odioso il suo modo di trattare quei poveri portieri, o quei poveri proprietari, i quali non avevano nessuna colpa se a lui non piacevano le loro case; e dopo questa mia osservazione, divenne coi portieri e coi proprietari gentilissimo, cerimonioso, quasi servile: manifestava un profondo linteresse all'appartamento, metteva il naso negli armadi a muro, perfino diceva quali lavori sarebbe stato (vedi futuro nel passato) utile fare: e io le prime volte mi lasciai trarre in inganno, m'illusi che forse la casa che stavamo guardando gli piacesse un poco; ma non tardai a capire che quel suo comportamento gentile era ironico verso di me, e che l'idea di prendere una simile casa non lo sfiorava nemmeno.
Ricordo con estrema precisione lo squallore di certe case che interessavano me: certe case in Monteverdevecchio, ingiallite, cadenti, in uno stato di profondo abbandono: giardinetti umidi, lunghi corridoi bui, lampade di ferro battuto dalla luce fioca, salottini dai vetri colorati dov'erano sedute delle vecchiette con lo scaldino; cucine con odore d'acquaio.
Natalia GinzburgMai devi domandarmi

17. Niente è accaduto. Sono a casa da sei mesi, e la guerra continua. Anzi, adesso che il tempo si guasta, sui grossi fronti gli eserciti sono tornati a trincerarsi, e passerà un altro inverno, rivedremo la neve, faremo cerchio intorno al fuoco ascoltando la radio. Qui sulle strade e nelle vigne la fanghiglia di novembre comincia a bloccare le bande; quest'inverno, lo dicono tutti, nessuno avrà voglia di combattere, sarà già duro essere al mondo e aspettarsi di morire in primavera. Se poi, come dicono, verrà molta neve, verrà anche quella dell'anno passato e tapperà porte e finestre, ci sarà da sperare che non disgeli mai più.
Abbiamo avuto dei morti anche noi. Tolto questo e gli allarmi e le scomode fughe nelle forre dietro i beni (mia sorella o mia madre che piomba a svegliarmi, calzoni e scarpe afferrati a casaccio, corsa aggobbita attraverso la vigna, e l'attesa, l'attesa avvilente), tolto il fastidio e la vergogna, niente accade. Sui colli, sul ponte di ferro, durante settembre non è passato giorno senza spari -spari isolati, come un tempo in stagione di caccia, oppure rosari di raffiche. Ora si vanno diradando. Quest'è davvero la vita dei boschi come si sogna da ragazzi. E a volte penso che soltanto l'incoscenza dei ragazzi, un'autentica, non mentita incoscenza, può consentire di vedere quel che succede e non picchiarsi il petto. Del resto gli eroi di queste valli sono tutti ragazzi, hanno lo sguardo diritto e cocciuto dei ragazzi. E se non fosse che la guerra ce la siamo covata nel cuore noi altri -noi non più giovani, noi che abbiamo detto "Venga dunque se deve venire"- anche la guerra, questa guerra, sembrerebbe una cosa pulita. Del resto, chi sa. Questa guerra ci brucia le case. Ci semina di morti fucilati piazze e strade. Ci caccia come lepri di rifugio in rifugio. Finirà per costringerci a combattere anche noi, per strapparci un consenso attivo.
Cesare PaveseLa casa in collina
 

18. Di solito chi evade da un carcere lo fa con la complicità di qualcuno all'esterno, ad esempio di una persona che lo aspetta con l'automobile e gli fa proseguire la fuga. Ma la tua diffidenza, unita al gusto del gioco impossibile, aveva scartato questa soluzione e proibito a Morakis di cercare aiuto. Nessuno doveva sapere che saresti scappato con lui, tutto doveva essere affidato alla sorte e alla tua iniziativa, sicché sulla strada non c'era anima viva. "E ora?" chiese Morakis. "Ora si prende l'autobus". "L'autobus!?" "Sì, l'autobus: come si conviene a due caporali in libera uscita." L'autobus stava arrivando, salisti insieme a Morakis, e non ci volle a capire che era stato un errore: con l'uniforme così strappata e malconcia, tutto sembravate fuorché due caporali in libera uscita. Il bigliettaio vi guardava perplesso: "Una rissa?" "Eh, sì. Un farabutto s'era permesso d'insultare l'esercito". "Andate in città?" "No, scendiamo alla prossima fermata". Scendeste. Morakis appariva sempre più inquieto. "E ora?" "Ora si prende un taxi". Passò anche il taxi. Vi raccolse per qualche chilometro perché serviva soltanto la zona di Boiati. Dopo rieccovi a piedi, protetti dal buio e nient'altro. "E ora?" "Ora tolgo l'uniforme". Ti nascondesti dietro un albero, prendesti gli abiti che avevi messo nella borsa di Morakis, ti cambiasti con un respiro di sollievo: in tal modo si sarebbero perse le tracce di due caporali in divisa. "E ora?" "Ora cerchiamo un secondo taxi, e poi un terzo, fino ad Atene". Il terzo taxi vi portò in città a mezza notte, e fu a questo punto che venne a galla la fragilità sconcertante d'un piano affidato alla sorte: Nascondersi dove? Durante i preparativi Morakis t'aveva chiesto più volte: "Dopo dove andrai? Io posso rifugiarmi presso una ragazza, un parente, ma tu? La tua famiglia è sorvegliata, i tuoi compagni sono in prigione. Come te la caverai?" E tu gli avevi sempre risposto: "Non preoccuparti, mille case son pronte a ospitarmi"
Oriana FallaciUn uomo
 19. Ma perché Madame le raccontasse tutto questo non riusciva a capirlo. Chi lo sa se era stata lei a lasciare il marito o se era stato il marito ad abbandonarla: parlava parlava, le piaceva solo parlar degli altri e lei era stata una stupida a confidarle tutta la sua storia con Vittorio, come l'aveva conosciuto e come s'erano innamorati e come era andata a stare con lui, ma di questo marito intanto, Monsier Grelier, lei non sapeva nulla, ad esempio, e neppure se era biondo o bruno grasso o magro basso o alto: che faceva?, l'assicuratore?, il ferroviere? Forse era stato lui a piantarla, l'aveva piantata semplicemente perché a un certo punto si era stufato di stare a sentirla, di sentirla parlare e vedere che non smetteva mai e che fra le labbra le nasceva quel coagulo di saliva bianco mucillaginoso un po' sporco di rossetto che pareva l'immagine stesa della sua inarrestabile loquacità... La fissava incantata, sconcertata. Sì, era succeso anche un'altra volta, seguitava a raccontare Madame, era successo pochi mesi addietro. Lei non riusciva a prendere sonno per il forte caldo, stavolta sì che faceva caldo e non si muoveva una foglia nel giardino, ed anche quell'estenuata immobilità contribuiva a rendere più profondo il silenzio e a un tratto aveva avuto la sensazione di udire un passo nel corridoio del primo piano ed era scesa a controllare: si trattava di nuovo di Fabrizio che implorava di entrare nella camra matrimoniale, solo che adesso doveva aver sentito avvicinarsi qualcuno e aveva fatto in tempo a infilarsi nella stanza attigua ma lei, madame, ugualmente era riuscita a vederlo e lei, Lavinia, sorrise e annuì sicura che Madame si fosse levata apposta per sorprenderlo, spinta dalla curiosità o da quell'oscura meschina inconfessata perversità di fargli notare che qualcuno conosceva -sorvegliava- questa segreta umiliazione.
Michele PriscoUna spirale di nebbia

20. Il treno si fermò bruscamente con uno stridìo di ruote e sbuffi di vapore. Il finestrino di uno scompartimento si abbassò e sbucarono le teste di cinque ragazze. Alcune avevano i capelli ossigenati, con boccoli sulle spalle e ricciolini sulla fronte. Cominciarono a ridere e a cicalare, chiamando: "Elsa, Elsa!". Una rossa vistosa, con un fioco verde nei capelli, gridò alle altre: "Eccola!" e si sporse esageratamente dal finestrino facendo larghi gesti di saluto. Elsa allungò il passo e si portò sotto il vagone toccando le mani festanti che si tendevano verso di lei. "Corinna!" esclamò rivolta alla rossa vistosa, "come ti sei conciata?".
"Dice Saverio che piaccio così", rise Corinna strizzando l'occhio e ammiccando con la testa verso l'interno dello scompartimento. "Sali, presto, non vorrai mica restare in questo posto," disse con una voce di falsetto. Poi cacciò un piccolo urlo: "Uh, ragazze, c'è un Rodolfo Valentino!"
Tutte le ragazze si sporsero e cominciarono ad agitare le mani per richiamare l'attenzione dell'uomo indicato da Corinna. Eddie fu costretto a uscire da dietro il cartello degli orari sul marciapiede e venne avanti con flemma, il cappello sugli occhi. In quello stesso momento due soldati tedeschi entrarono nella stazione dal cancello di fondo e si diressero verso lo stanzino del capostazione. Dopo pochi secondi il capostazione uscì con la bandierina rossa e andò verso la locomotiva con un passo svelto che sottolineava la goffaggine del suo corpo grassottello. I due soldati si erano piantati di fronte alla cabina dei comandi come se dovessero fare la guardia a qualcosa. Le ragazze erano ammutolite e seguivano la scena con preoccupazione. Elsa posò la valigia per terra e guardò Eddie con aria smarrita. Lui le fece cenno di proseguire e si sedette su una panchina sotto un cartello pubblicitario della riviera, trasse di tasca il giornale e vi affondò il viso.
Corinna aveva seguito la scena e parve aver capito tutto. "Vieni, cara," gridò, "ti vuoi decidere a salire?" Con la mano accennò un frivolo ciao ai due soldati che la guardavano e sfoderò un sorriso smagliante. Intanto il capostazione stava ritornando con la bandierina arrotolata sotto il braccio e Corinna gli domandò cosa stesse succedendo.
"Chi lo capisce e bravo," rispose l'omino stringendosi nelle spalle, "pare che dobbiamo aspettare un quarto d'ora, ma il perché non lo so, sono gli ordini".
"Oh, ma allora possiamo scendere a sgranchirci un po' le gambe, vero ragazze?" pigolò Corinna tutta giuliva; e in un attimo si precipitò giù dal treno seguita dalle altre. "Tu sali," bisbigliò passando accanto a Elsa, "ci pensiamo noi a distrarli".
Il gruppo si diresse dalla parte opposta a quella in cui si trovava Eddie, passando davanti ai soldati. "Ma in questa stazione non c'è un ristoro?" si chiedeva a voce alta Corinna guardandosi intorno: Era sublime nell'attirare l'attenzione, ancheggiava ostentatamente e dondolava la borsetta che aveva sfilato da tracolla. Indossava un vestito a fiori molto aderente e dei sandali con la suola di sughero. "Il mare!" gridò, "ragazze, guardate che mare, ditemi se non è divino!". Si appoggiò teatralmente al primo lampione e si portò una mano alla bocca facendo un'aria infantile. "Se avessi il costume sfiderei l'autunno", disse muovendo la testa mentre la cascata di riccioli rossi le ondeggiava sulle spalle. I due soldati la guardavano attoniti senza toglierle gli occhi di dosso. E allora Corinna ebbe un colpo di genio. Forse fu il lampione a suggerirglielo, o la necessità di risolvere una situazione che non sapeva come risolvere altrimenti. Si abbassò la camicetta fino a scoprire le spalle, si appoggiò di schiena al lampione, lasciando dondolare la borsetta, poi allargò le braccia e si rivolse a un immaginario pubblico, strizzando gli occhi come se tutto il paesaggio fosse suo complice. "La cantano in tutto il mondo," gridò, "anche i nostri nemici!" Si rivolse alle ragazze e batté le mani.
Antonio TabucchiPiccoli equivoci senza importanza



1. Uso del artículo

Italia y España son países mediterráneos.
Tu sombrero es realmente bonito, ¿dónde lo has comprado?
Sus hermanos estaban en la montaña cuando ocurrió el accidente.
¿Tú prefieres ir a la calle con tus amigos o quedarte en casa conmigo?
Andalucía es la región más meridional de España.
Vosotros, los que jugáis al fútbol, tenéis que entrenaros mucho para estar en forma.
El chico de gafas es un compañero nuestro de escuela y es muy simpático.
Los tíos de Pedro son todos jovencísimos ¿tú los (les) conoces?
El gitano que cantaba en la plaza es el mismo que vimos el otro día cerca del mercado.
Nosotros, los italianos, somos morenos mientras vosotros, los alemanes, sois rubios.
He visto a Carmen con el vestido que se compró ayer y estaba realmente bien; a ella le favorece mucho el color verde.
¿Dónde está tu amiga Isabel? Ha ido a la iglesia, vendrá más tarde.
Querría saber dónde están los zapatos que he comprado, no los encuentro.
A Luis le gusta llevar siempre corbata, dice que se siente más elegante.
¿A ti te gustan más las rosas o los claveles? -Prefiero las rosas.
¿Has consultado el diccionario de Español para saber qué significan las dos palabras que no conocíamos?
Los que estaban aquí han ido al cine ¿y los demás?
Todo el mundo sabe que el azúcar es dulce y el café amargo.
Hemos comprado azúcar para hacer la tarta; ¿quieres ayudarnos tú a hacerla o quieres comerla solamente?
La película que pusieron en la tele ayer era muy bonita, pero la de hoy es mejor aún.
El actor Kevin Costner es buenísimo y sus películas son todas bonitas ¿a ti no te gusta?
Lo que has dicho no me parece para nada justo.

2. Uso de la preposicion con el complemento objeto de persona
He visto a Luis con su hermano.
¿Has visto el vestido que estaba en el escaparate?
Hemos encontrado a Pablo que esperaba a Pedro.
He comprado cinco libros de un autor que no conocía.
¿Tú no conocías a este autor? Yo había leído tres libros suyos.
Atiende a los niños para que no se hagan daño.
El cura bendijo a todos los fieles que asistían a la oración.
Ayer vi una obra de Martín Recuerda, el conocido dramaturgo español.
No apruebo a Carlos porque normalmente hace lo que quiere sin pensar en los demás.
Buscaban un mecánico para que reparase el coche que se había parado de repente.
Si cierras la puerta estaremos todos mejor.
¿Conoces al chico que estaba enfrente de la escuela? El te conocía a ti; lo sé porque dijo tu nombre cuando pasamos junto a él.
Tienes que consolar a tu amigo; está muy triste porque no ha conseguido aprobar el examen de español.
No contradigas a tu madre tenga o no tenga razón; se quedaría muy apesadumbrada.
Hemos leído el libro que Juan nos prestó; no era tan interesante como decía él.
Han expulsado a muchos trabajadores de la fábrica porque ya no producía como antes.
Despierta a tus hermanos, que es hora de ir a clase y no debéis perderla.
El otro día visitamos (a) la familia de la que te había hablado.
Este político convence fácilmente a la gente con su oratoria.
¿Has elegido ya el compañero con el que quieres ir a la fiesta? Si eliges a Carlos irá encantado.
Obedece a tus padres ¿no ves que ellos quieren solo tu bien?

3. Uso de las preposiciones
Vivo en Sevilla, pero voy a menudo a Córdoba.
El año que viene iré a España y pasaré un mes en Málaga.
Detrás de (Tras) la casa había un hermoso jardín.
Entre tú y yo no ha habido nunca problemas.
¿Querrías venir conmigo al cine si fuese mañana?
Quiere aprender bien a conducir el coche.
El gatito se escondió bajo (debajo de) la mesa.
En la bandeja hay tres vasos y una botella.
He oído en la radio una noticia sensacional.
Delante de (Ante) la puerta he visto al amigo de Pablo.
No hagas nada contra él, no lo merece.
Sin vosotros no iremos a ninguna parte.
¿Cuántos kilómetros hay de Roma a Nápoles?
Desde la terraza se ven los tejados de la ciudad.
¿Hacia dónde vas? ¿Te puedo acompañar?.
Estas flores son para una amiga mía que cumple hoy los años.
Andan siempre dando vueltas por la ciudad en vez de estudiar.
Según yo no podrás aprobar los exámenes si no estudias un poco más.
Voy a ver a mi abuela porque está enferma.
Llevaremos los libros a nuestros compañeros que nos esperan.
Tu bolso está en (encima de) la silla ¡cógelo!.
¿Para quién son esos caramelos? -Son para los niños.
No lo veía porque estaba escondido detrás de (tras) la puerta.
He dejado los guantes en el cajón y ahora tengo las manos frías.
Mañana tenemos clase desde las dos hasta las ocho.
Este cuadro ha sido pintado por una famosa pintora.
Haz esto por mí, te lo ruego, no lo olvidaré nunca.
Le vi delante del cine pero él no me reconoció.
Según ellos siempre compraban todo para otros.
Me gusta pasear por la ciudad por la tarde.

4. Uso del imperativo y el condicional
Pon eso donde estaba, mételo de nuevo en el cajón.
Haced lo que os han dicho y no habléis más.
Si él viniese le diría todo.
No mires así a la gente, puedes molestar a alguien.
Hagan todos lo que deben hacer.
Planchaos (Plancharos) el vestido antes de salir.
Me dijo que llegaría pronto pero aún no está aquí.
¡Vámonos! Aquí ya no hacemos nada.
No estés perdiendo el tiempo en lugar de trabajar.
Serían las siete de la tarde cuando llegó la policía.
Lávate la cabeza pronto que tenemos que salir.
Ven conmigo y te llevaré a ver una película preciosa.
Querríamos que ellos nos acompañasen pero nos han dicho que no.
Niños, lavaos (lavaros) las manos antes de comer.
Si hubiesen llegado a tiempo habríamos podido ir al concierto.
Prometieron que harían todo ellos y no lo han hecho.
Habría sido mejor que tú no hubieras salido aquel día.
¿Sabes cuántos eran? No sé, serían dieciocho.
¿Cómo tengo que decírtelo? No cojas lo que no es tuyo.
Coge la pluma y ponte a escribir inmediatamente.
Lavémonos los dientes y vayamos a su casa enseguida.
No creas todo lo que te dicen, muchas cosas no son ciertas.
Sal temprano hoy, no debes salir siempre tarde.
Había dicho que iría allí porque creía que podía hacerlo.
Dímelo, no te castigaré, sabes que no lo hago nunca.
¡Cogedlos! son para vosotros.
Si él me hubiese confesado todo, yo lo habría perdonado.
Creedme, os estoy diciendo la verdad.

5. Uso de ser/ estar
María es una chica guapísima.
Paula hoy está guapísima porque lleva un vestido nuevo que le favorece.
Esta casa es muy bonita pero está en un sitio feo.
Si fuera verdad lo que dices yo lo sabría.
¿Porqué estás ahí mirando? Estudia un poco la gramática.
No sé de quién es este cuaderno.
Eran las tres y él no había llegado.
Nosotros somos estudiantes, por eso estamos en el aula.
Si tú fueras médico lo podrías curar, pero no lo eres.
Cuando estemos en España visitaremos Sevilla.
¿Tú quién eres? ¿Eres de aquí? No te había visto nunca.
Están todos en casa porque llueve demasiado.
¡Lo guapa que estás hoy! ¿qué te has hecho?.
No eran como pensabas tú, eran buenas personas.
¿Qué hora es? Son las cuatro menos cuarto.
Si estoy aquí es porque soy primo de Carlos.
Ellos están enfermos, tienen gripe.
Ya no eres joven para hacer estas cosas.
Estarán aquí dentro de poco y podrás hablar con ellos.
¿A cuántos estamos? Estamos a 21 se septiembre de 1999.
No estoy seguro de nada en este momento.
Estaba convencido de que todo era como decía él.
No debes hacer eso (hacer así), debes estar tranquilo.
La nieve es fría y el sol es caliente.
No era fácil aquella lección de Economía.
Estaban muy cansados y se veía.
No sé si eres de verdad la hija de mi amigo.
Estos vestidos son verdes pero yo preferiría que fueran amarillos.
Estos chicos son inteligentes pero son aún inmaduros.
Estamos de verdad hartos de oir siempre las mismas cosas.

6. Uso de algunas formas verbales
Pensaba ir con él al cine pero me quedé en casa.
Nos pidieron que fuésemos con ellos al bar.
El hecho de que a ti no te guste, no quiere decir que no sea cierto.
Estábamos convencidos de que él no quería hacerlo.
Continúa diciendo que estudiará, pero aún no ha empezado.
Si crees que debes salir con ellos ¿por qué no lo haces?.
Continuamente nos decían que les acompañásemos y no entendíamos por qué.
Si te ordena que hagas lo que no debes hacer, dile que no.
Esperábamos poder acompañarles en aquel viaje.
Si yo digo que hago una cosa, la hago.
Me pides que te llame por teléfono y no me dices cuál es tu número.
Te dirá que vayas a su casa mañana, verás.
Me convenció de que era mejor quedarse en casa.
Cuando os diga que deis el dinero, no se lo deis.
Estaba seguro de que era como ella había dicho.
Si me ordenara que trabajase, lo haría.
Confieso que lo he hecho mal aunque no era mi intención.
¿Os habéis dado cuenta de esto? ¿Os habéis dado cuenta de que falta el dinero?.
No me digas que estudie porque no veo que tú estudies ni siquiera un día.
Creo que si hubiera pensado venir lo habría dicho.
No pienso ir a tu casa hoy.
Ellos estaban convencidos de que tú les querías.
Nos ha pedido que le prestemos muchos discos.
Creo que lo he hecho (haberlo hecho) bastante bien.
¿Por qué no confiesas que has sido tú?.
Me pide siempre que le regale flores.
No pienses que si me dices que te lo dé, te lo voy a dar.

7. Aleja el pensamiento incongruente de la cabeza, levanta la mirada al techo empavesado con salchichones que cuelgan de guirnaldas navideñas como los frutos de las ramas del país de Jauja.En todo el entorno, en los fruteros de mármol, la abundancia triunfa en las formas elaboradas de la civilización y del arte. En las lonchas de paté de caza las carreras y los vuelos de la campiña se fijan para siempre y se subliman en un tapiz de sabores. Las galantinas de faisán se extienden en cilindros gris rosáceo coronados, para autenticar el propio origen, por dos patas de pájaros como garras que sobresalen de un blasón heráldico o de un mueble renacentista.
A través de los involucros de gelatina se destacan los gruesos lunares de trufa negra puestos en fila como botones en una chaqueta de Pierrot, como notas de una partitura, cubriendo los róseos abigarrados parterres de los patés de foie gras, de las sobrasadas, de las terrines, las galantinas, los abanicos de salmón, los fondos de alcachofa guarnecidos como trofeos. El motivo conductor de los discos de trufa unifica la variedad de las sustancias como un negrear de vestidos de noche en un baile de disfraces, y marca el traje de fiesta de los alimentos

8. Cuando Pin se despierta ve los retazos de cielo entre las ramas del bosque, tan claros que casi hace daño mirarlos. Es de día, un día sereno y libre con cantos de pájaros.
El hombrote está ya de pie junto a él y enrolla el capote que le ha quitado de encima.
-Vamos, venga, que es de día,- dice. Han caminado casi toda la noche. Han subido por olivares, luego por terrenos abruptos, luego por oscuros bosques de pinos. Han visto búhos, también; pero Pin no ha tenido miedo porque el hombrote del gorro de lana le ha llevado siempre de la mano.
-Tú te caes de sueño, chiquillo mío, -le decía el hombrote tirando de él- ¿no querrás, por casualidad, que te lleve en brazos?
Efectivamente, le costaba tener los ojos abiertos, y encantado se habría dejado caer en el mar de helechos del bosque bajo, hasta ser sumergido en él. Era casi por la mañana cuando los dos han llegado al claro de una leñera y el hombrote ha dicho: -Aquí podemos hacer un alto.
Pin se ha echado en el terreno fuliginoso y como en un sueño ha visto al hombrote taparlo con su capote, luego ir y venir con unos leños, romperlos, y encender el fuego.
Ahora es de día y el hombrote está meando sobre las cenizas apagadas; también Pin se levanta y se pone a mear cerca de él. Mientras, mira al hombre a la cara: aún no lo ha visto bien a la luz. A medida que las sombras se despejan en el bosque y en los ojos todavía pegados por el sueño, Pin continuará descubriendo en él algún detalle nuevo: es más joven de lo que parecía y también de proporciones más normales; tiene bigote rojizo y ojos azules, y un aspecto de máscara por esa gran boca mellada y esa nariz aplastada en la cara.

9. Habíamos comprado dos velas, encendí las dos. Te habías sentado en el borde de la cama.
"Te meto en líos " dijiste. De nuevo estabas seguro de ti y parecías contento. La expresión de tu rostro se había endulzado y se había vuelto casi infantil; hablabas con el tono de un niño que ha salido ganando.
"Sabes qué piensa de mí papá" dije. "Dirá que he sido yo quien te ha convencido para que no vuelvas"
"Le he dejado escrito que volveré solo cuando haya encontrado una nueva habitación"
Nuestras sombras llenaban las paredes; la habitación tenía la bóveda más bien alta y por eso parecía más escuálida y vacía. Bajo el ventanuco estaba la caja con los chismes de la familia que la abuela había querido confiarme. En la mesa, algunos libros, entre los cuales un grueso volumen del Ochocientos donde estaban recogidas todas las obras de De Musset, en lengua original.
Cogiste en la mano el De Musset, apoyándolo en las rodillas para abrirlo.
"¿Conoces el francés?"
"Intento aprenderlo leyéndolo", contesté
"¿Sin la gramática?"
"Tengo un pequeño diccionario". Lo cogí de la parte opuesta de la mesa y te lo enseñé
"Yo uso la gramática de Fiorentino, te la podría prestar"
"¿Tú por dónde vas?"
"Me suspendieron precisamente en francés el año pasado"

10. Observándolo, comprendía que Berardo estaba dispuesto a todo, con tal de llegar. Ningún escrúpulo lo detendría. El no habría dudado en tirarme por la ventanilla, si hubiese pensado que esto podía serle útil. Mirando sus mandíbulas, me daba miedo. "Si tiene hambre, me comerá", pensaba.
A través de la ventanilla se veían pasar rápidamente montañas, prados, casas, huertos, jardines, campos, arroyos, cercados, caballos, vacas, ovejas, pueblos, y luego de nuevo tierras, tierras, tierras.
"¡Cuántas tierras!" murmuraba Berardo entre dientes.
De repente nos dimos cuenta de que dos carabineros habían entrado en nuestro vagón y estaban interrogando a cada viajero.
"¿Dónde vais?" nos preguntaron con arrogancia también a nosotros.
"Peregrinación" contestó Berardo y entregó una carta de Don Abbacchio con el sello de la parroquia.
"Buen viaje" nos desearon los carabineros.
Berardo sonrió.
Antes de bajar en la estación de Roma, Berardo se apretó los cordones de los zapatos y se escupió las palmas de las manos, como quien está listo para abatir cualquier obstáculo.
En Roma nos alojamos en la Posada del Buen Ladrón, que había sido recomendada a Berardo por el viajero que habíamos encontrado en el gabinete de Don Circostanza. En la puerta de la Posada había un cartel que representaba las tres cruces del Calvario. Por esto se podía pensar que el nombre de la posada se refería al famoso ladrón que fue crucificado a la derecha de Cristo y antes de expirar reconoció su divinidad y en compensación recibió la promesa: "Hoy estarás conmigo en el Paraíso"

11. "En cuanto esté en condiciones de viajar, me iré al extranjero" dijo Don Paolo a Bianchina. "Ya no puedo vivir en este odioso país"
"Búscame un sitio e iré yo también" dijo la muchacha.
La idea de volver a encontrarse con Bianchina en el extranjero divertía a Don Paolo.
"Si vienes al extranjero" dijo "te contaré un secreto que te hará reir"
"¿No podrías contármelo enseguida?"
Pero Don Paolo no se dejó convencer.
Berenice cuidaba al cura según las prescripciones del médico municipal de Fossa. El había aconsejado de manera particular distraer al enfermo de los pensamientos melancólicos. Y de esto se había encargado concienzudamente Bianchina. Se veía que, tratándose de un enfermo, la muchacha se encontraba un poco apurada en la elección de los medios. A toda una serie de jueguecillos y bromas, que de seguro habrían divertido a Don Paolo, pero en detrimento de su salud, tuvo que renunciar.
Pero siendo una muchacha llena de recursos, desenterró de los recuerdos de colegio pasatiempos inocuos que lo distraían de su humor negro, como, por ejemplo, la carrera de moscas. En el colegio la carrera de moscas se practicaba sobre todo en las horas de clase.

12. Una noche, habiéndose levantado para ir a beber, mientras cruzaba el pasillo, Madame se había tropezado con Fabricio, parado allí delante, que le había sonreído y le había dicho, estaba en bata: "Hace calor esta noche, ¿verdad? Este verano no se decide a morir..." y entonces había asentido, fingiendo creer que él estaba allí para respirar un soplo de aire fresco, a pesar de que habría habido que preguntarle cómo podía hacerse la ilusión de tomar el aire en aquel pasillo completamente cerrado y sin vanos: pero ¿para qué humillarlo hasta ese punto? y por eso había preferido mentir y unirse a él en un banal, genérico comentario sobre el tiempo y apretar el paso hacia la escalera y bajar a la cocina para liberarlo de su presencia, pero sabiendo bien que él la seguía con la mirada y posiblemente se había sonrojado sin pudor, ahora que ella le daba la espalda, precisamente debido a aquella piadosa mentira en la que ambos habían fingido creer (así que, en definitiva, secundándolo en ese ceder, lo había humillado aún más; y, luego, en la cocina, mientras se demoraba bebiendo, había tenido la impresión de que Fabricio intentaba girar el picaporte de la puerta, que se le resistía, suplicando: " Te lo ruego, Valeria, déjame entrar antes de que vuelva a subir... no me hagas quedar mal" y entonces se había quedado más de lo debido, adrede para no encontrárselo otra vez en el pasillo, y efectivamente no lo había encontrado allí a la vuelta, pero podría ser que él no hubiese entrado en la habitación y que se hubiera escondido en algún otro cuarto precisamente para no dejarse sorprender cuando hubiera subido de nuevo.

13. Después de algunas semanas, habían recogido alguna información. Durante el corte de pelo y el afeitado, Frisella acostumbraba a silbar arias de ópera: a veces, escuchando la enorme radio ovalada que trasmitía discos desde Roma. Ahora, la radio estaba siempre encendida cuando se servía al brigada, y siempre, antes o después, el barbero se inclinaba hacia él para susurrarle algo. Para alguien no receloso, esto podía parecer pura y simple deferencia hacia un cliente, pero un día a un espía de Pisciotta le saltó a la vista un billete que sacó del bolsillo el brigada para pagar. El billete estaba doblado y Frisella lo metió en el bolsillo del reloj, bajo la bata blanca. Cuando el espía y un compadre le obligaron a mostrarlo, vieron que se trataba de un billete de diez mil liras. Frisella juró que aquello era el saldo de meses de afeitados y los espías fingieron creerle.
Vuelto al campo, en las montañas, Pisciotta expuso todo a Giuliano en presencia de Terranova, Passatempo y Silvestro. Giuliano caminó hasta el borde de la roca que dominaba Montelepre y se quedó, atento, mirando hacia abajo.
Mastro Frisella, el barbero, había formado parte del pueblo desde que él podía recordar. De niño había ido a su barbería para cortarse el pelo para la confirmación y había recibido de él como regalo una moneda de plata. De él, que le había gastado bromas por la calle y que siempre se había interesado por la salud de sus padres, conocía también a la mujer y al hijo.

14. Cuanto más tiempo pasaba, los músicos quedaban más cristalizados en los gestos -los arcos sobre los violines, las trompetas en la boca- como cristalizada por la malquerencia de los hombres, era la naturaleza que inspiraba su forzada ausencia de sonidos. Los amarillos, los morados, los azules se marchitaron en las figuras, con el gradual apagarse de los efectos luminosos. Y despuntó el negro neutro sin misterio, en que precipitaría la tierra.
El silencio del concierto surtió un mágico efecto: se difundió por la ciudad y la espantó. Incluso la Grande Giò, por la noche, tuvo una pesadilla. Despertándose de sobresalto, rogó al Piccolo Giò que le cantara una romanza, pero el pájaro siguió callado.
En los días siguientes, también quien se había reído de aquella huelga, fue cogido por una extraña infelicidad; se dio cuenta de lo pronto que se seca un jardín donde normalmente se lleva a jugar a los niños y se está sentado en un banco gozándose el solecillo que se filtra en los pensamientos. Y se comprendió lo triste que es conocer, una noche, a la mujer esperada y soñada largo tiempo sin poder mandarle, a la mañana siguiente, ni siquiera un ramo de flores, porque la persiana de la floristería está bajada.
Se añadió que Zibì concedió su primera entrevista en el escondite inaccesible solo a las fuerzas del orden. El insistía en que la cifra con nueve ceros, pedida por la devolución de las reliquias, la quería pagada en flores. Impresionaron su propiedad de lenguaje, lo imprevisto de las citas y el tono despreocupado de las respuestas:
"¿Usted tiene confianza en las Autoridades con las que está tratando?"
"La tengo"
"Eso es sorprendente"
"Sería sorprendente si se la prestara, esta confianza. Estoy seguro de que no me la devolverían"

15. "En el mundo ocurren ciertamente muchas cosas nuevas. Pero ¿por qué pensáis que la culpa es del Abad?"
"Porque ha puesto la biblioteca en las manos de los extranjeros y lleva la abadía como una ciudadela erigida en defensa de la biblioteca. Una abadía benedictina en esta comarca italiana tendría que ser un lugar donde los italianos deciden cosas italianas. ¿Qué hacen los italianos, hoy que ni siquiera tienen ya un papa? Comercian, y fabrican, y son más ricos que el rey de Francia. Y entonces, hagamos lo mismo también nosotros, si sabemos hacer hermosos libros, fabriquémoslos para las universidades, y ocupémonos de lo que ocurre en el sur, en el valle, no digo del emperador, con todo el respeto hacia vuestra misión, hermano Guillermo, sino de lo que hacen los boloñeses o los florentinos. Podríamos controlar desde aquí el paso de los peregrinos y de los comerciantes, que van desde Italia a la Provenza y viceversa. Abramos la biblioteca a textos en romance, y vendrán también aquí los que no escriben ya en latín. Y, sin embargo, estamos controlados por un grupo de extranjeros que siguen llevando la biblioteca como si en Cluny fuera aún abad el buen Odilón..."
"Pero el Abad es italiano", dijo Guillermo.
"El Abad aquí no cuenta para nada", dijo siempre riendo sarcásticamente Aymaro. "En el lugar de la cabeza tiene un armario de la biblioteca. Está carcomido. Para hacer rabiar al papa deja que invadan la abadía frailecillos...digo los herejes, hermano, los tránsfugos de vuestra orden santísima... y para agradar al emperador llama aquí a monjes de todos los monasterios del norte, como si entre nosotros no tuviéramos buenos copistas, y hombres que saben el griego y el árabe, y no habría en Pisa o en Florencia hijos de comerciantes, ricos y generosos, que entrarían encantados en la orden, si la orden ofreciese la posibilidad de incrementar la potencia y el prestigio de los padres. Pero aquí, la indulgencia hacia las cosas del siglo se reconoce solo cuando se trata de permitir a los alemanes que... oh, Buen Señor, fulminad mi lengua que estoy a punto de decir cosas poco convenientes!"
"¿En la abadía ocurren cosas poco convenientes?", preguntó distraídamente Guillermo, echándose otro poco de leche.
"También el monje es un hombre", sentenció Aymaro. Luego añadió: "Pero aquí son menos hombres que en otras partes. Y lo que he dicho quede claro que no lo he dicho"
"Muy interesante", dijo Guillermo. "¿Y estas son opiniones vuestras o de muchos que piensan como vos?"

16. En cuanto a mi suegra, nos disuadía de cambiar de casa porque, en el piso alquilado en el que ahora vivíamos, había suelos amarillos, los cuales, decía ella, emanan una luz que favorece a la cara; y nos aconsejaba, si queríamos realmente comprar una casa, que convenciésemos al propietario para que nos vendiera aquella: lo cual era, como habíamos intentado explicarle otras veces, irrealizable, porque ni el propietario deseaba vendérnosla, ni nosotros, por varios motivos, deseábamos comprarla.
Por tanto hubo dos períodos en la búsqueda: uno en que yo busqué sola, con fervor pero al mismo tiempo con timidez y desconfianza, porque el recelo y la desconfianza de mi marido se me habían contagiado a mí: y porque siempre tengo necesidad, en mis iniciativas de naturaleza práctica, de que me acompañe el consentimiento de otra persona. Luego hubo un segundo período, en el cual mi marido buscó casa conmigo. Cuando él empezó a buscar casa conmigo, descubrí que la casa que él quería no se parecía en nada a la que quería yo. Descubrí que él, como yo, deseaba una casa parecida a aquella en la que había transcurrido su propia infancia. Como nuestras infancias no se parecían, la diferencia entre nosotros era insanable. Yo deseaba, como he dicho, una casa con jardín: una casa en el piso bajo, quizá un poco oscura, con verde alrededor, enredadera, árboles; a él, habiendo pasado su infancia parte en la calle de las Serpientes y parte en los Prados, le atraían casas situadas en una de estas dos zonas. De los árboles o de lo verde le daba igual. Quería ver, desde las ventanas, tejados: murallas antiguas, desconchadas, roídas por el tiempo, ropa remendada ondeando entre húmedads callejas, tejas musgosas, canales oxidados, chimeneas, campanarios. Así empezamos a reñir: porque él descartaba todas las casas que a mí me gustaban, pensando que costaban demasiado, o que tenían algún defecto: y, como también él se había puesto a mirar los anuncios, subrayaba con el lápiz solamente las casas que estaban en el centro de Roma. Venía conmigo a ver las casas por las que yo me interesaba, pero su rostro era, aún antes de que subiéramos las escaleras, tan cerrado, su silencio tan encolerizado y despreciativo que yo sentía que inducirlo a mirarse alrededor con ojos humanos, a intercambiar alguna palabra cortés con el portero o con el propietario que nos precedían abriendo las ventanas, era una empresa imposible. Le dije entonces lo odioso que me resultaba su modo de tratar a aquellos pobres porteros, o a aquellos pobres propietarios, los cuales no tenían ninguna culpa si a él no le gustaban sus casas; y después de esta observación mía se volvió con los porteros y con los propietarios amabilísimo, ceremonioso, casi servil: manifestaba un profundo interés por el piso, metía la nariz en los armarios empotrados, incluso decía qué trabajos sería útil hacer: y yo las primeras veces me dejé engañar, me ilusioné con que quizá la casa que estábamos viendo le gustase un poco; pero no tardé en comprender que aquel amable comportamiento suyo era irónico hacia mí, y que la idea de coger una casa semejante ni siquiera lo rozaba.
Recuerdo con extremada precisión la escualidez de ciertas casas que me interesaban a mí: ciertas casas en Monteverdevecchio, amarillentas, ruinosas, en un estado de profundo abandono: jardincillos húmedos, largos pasillos oscuros, lámparas de hierro batido con una luz floja, saloncitos con los cristales coloreados donde había viejecitas sentadas al brasero; cocinas con olor a tubería.

17. Nada ha acontecido. Estoy en casa desde hace seis meses, y la guerra sigue. Es más, ahora que el tiempo se consuma, en los enormes frentes los ejércitos han vuelto a atrincherarse, y pasará otro invierno, volveremos a ver la nieve, haremos un corro alrededor del fuego escuchando la radio. Aquí sobre las calles y en las viñas el lodo de noviembre empieza a parar a las compañías; este invierno, todo el mundo lo dice, nadie tendrá ganas de combatir, será ya duro estar en el mundo y esperarse la muerte en primavera. Si luego, como dicen, cae mucha nieve, caerá también la del año pasado y tapará puertas y ventanas, habrá que pensar que no deshelará nunca más. Hemos tenido muertos también aquí. Fuera de esto y de las alarmas y de las incómodas fugas a los barrancos detrás de las fincas (mi hermana o mi madre que se precipitan a despertarme, con los pantalones y los zapatos agarrados de cualquier manera, carrera en cuclillas a través de la viña, y la espera, la espera humillante), fuera del fastidio y la vergüenza, no acontece nada. En los montículos, en el puente de hierro, durante septiembre no ha pasado día sin disparos -disparos aislados, como en otros tiempos durante la temporada de caza, o rosarios de ráfagas. Ahora van siendo menos frecuentes. Esta es realmente la vida de los bosques como se sueña de chicos. Y a veces pienso que solo la inconsciencia de los chicos, una auténtica, no fingida inconsciencia, puede consentir ver lo que acontece y no darse golpes de pecho. Por lo demás los héroes de estos valles son todos chicos, tienen la mirada clara y firme de los chicos. Y si no fuera porque la guerra nos la hemos criado en el corazón nosotros -nosotros que ya no somos jóvenes, nosotros que hemos dicho "Que venga pues, si tiene que venir"- también la guerra, parecería una cosa limpia. Por lo demás quién sabe. Esta guerra nos quema las casas. Nos siembra de muertos fusilados plazas y calles. Nos caza como a liebres de refugio en refugio. Acabará por obligarnos a combatir también a nosotros, para arrancarnos un consenso activo.

18. Normalmente, quien se evade de una cárcel lo hace con la complicidad de alguien que está fuera, por ejemplo, de una persona que lo espera con el coche y lo ayuda a proseguir la fuga. Pero tu sospecha, unida al gusto por el juego imposible, había descartado esta solución y prohibido a Morakis que buscara ayuda. Nadie tenía que saber que escaparías con él, todo tenía que ser confiado a la suerte y a tu iniciativa así es que en la calle no había un alma. "¿Y ahora?" preguntó Morakis. "Ahora se coge el autobús" "¿El autobús!?" "Sí, el autobús: como corresponde a dos cabos en día de permiso." El autobús estaba llegando, subiste junto a Morakis, y no hizo falta mucho para entender que había sido un error: con el uniforme tan roto y mal apañado, pareciáis todo menos dos cabos en un día de permiso. El cobrador os miraba perplejo: "¿Una riña?" "Eh, sí. Un bribón se había permitido insultar al ejército". "¿Vais a la ciudad?" "No, nos bajamos en la próxima parada." Bajasteis. Morakis parecía cada vez más inquieto. "¿Y ahora?" "Ahora se coge un taxi" Pasó también el taxi. Os llevó algunos kilómetros porque trabajaba solo en la zona de Boiati. Después heos aquí de nuevo a pie, protegidos por la oscuridad y nada más. "¿Y ahora?" "Ahora me quito el uniforme" Te escondiste detrás de un árbol, cogiste la ropa que habías metido en la bolsa de Morakis, te cambiaste con un suspiro de alivio: de tal manera se perderían las huellas de dos cabos de uniforme. "¿Y ahora?" "Ahora buscamos un segundo taxi, y luego un tercero hasta Atenas" El tercer taxi os llevó hasta la ciudad a media noche, y fue en este momento cuando emergió la fragilidad desconcertante de un plan confiado a la suerte: esconderse ¿dónde? Durante los preparativos Morakis te lo había preguntado varias veces: "Después ¿dónde irás? Yo puedo refugiarme en casa de una chica, un pariente, pero ¿tú? Tu familia está vigilada, tus compañeros están en la cárcel. ¿Cómo te arreglarás?" Y tú le habías contestado siempre: "No te preocupes, mil casas están dispuestas a hospedarme"

19. Pero por qué Madame le contaba todo esto no conseguía entenderlo. Quién sabe si había sido ella la que dejó al marido o si había sido el marido quien la abandonó: hablaba, hablaba, le gustaba solo hablar de los demás y ella había sido una estúpida confiándole toda su historia con Vitorio, cómo le había conocido y cómo se habían enamorado y cómo había ido a vivir con él, pero de este marido mientras tanto, Monsier Grelier, ella no sabía nada, por ejemplo, ni siquiera si era rubio o moreno, grueso o delgado, bajo o alto: ¿qué era? ¿agente de seguros? ¿ferroviario? Quizá había sido él el que la había dejado, la había dejado simplemente porque en un cierto momento se había cansado de estar oyéndola, de oírla hablar y ver que no acababa nunca y que entre los labios le nacía aquel coágulo de saliva blanco, mucilaginoso, un poco manchado de rojo, que parecía la imagen misma de su incomparable locuacidad... La fijaba encantada, desconcertada. Sí, había ocurrido también otra vez, seguía contando Madame, había ocurrido pocos meses atrás. Ella no conseguía dormir por el fuerte calor, esta vez sí que hacía calor y no se movía ni una hoja en el jardín, y también aquella estenuada inmovilidad contribuía a hacer más profundo el silencio y de repente había tenido la sensación de oir pasos en el pasillo del primer piso y había bajado a controlar: se trataba de nuevo de Fabricio que pedía entrar en el dormitorio matrimonial, solo que ahora debía de haber oído acercarse a alguien y había tenido tiempo de meterse en la habitación contigua, pero ella, Madame, igualmente había conseguido verlo y ella, Lavinia, sonrió y asintió segura de que Madame se había levantado a posta para sorprenderlo movida por la curiosidad o por aquella oscura inconfesada perversidad de hacerle ver que alguien conocía -vigilaba- esta secreta humillación.

20. El tren se paró bruscamente con un chirrido de ruedas y resoplidos de vapor. La ventanilla de un departamento se bajó y aparecieron las cabezas de cinco chicas. Algunas tenían el pelo oxigenado, con tirabuzones sobre los hombros y ricitos sobre la frente. Empezaron a reírse y a parlotear, llamando "¡Elsa, Elsa!" Una pelirroja vistosa, con un adorno verde en el pelo, gritó a las otras: "¡Aquí está!" y se asomó exageradamente a la ventanilla haciendo amplios gestos de saludo. Elsa alargó el paso y se puso junto al vagón tocando las manos festivas que se tendían hacia ella. "¡Corinna!" exclamó volviéndose hacia la pelirroja vistosa, "¿qué te has hecho?"
"Dice Javier que gusto así", se rió Corinna guiñando un ojo y gesticulando con la cabeza hacia el interior del departamento. "Sube, rápido, no querrás quedarte en este lugar," dijo con una voz de falsete. Luego lanzó un pequeño grito: "Oh, chicas, hay un Rodolfo Valentino!"
Todas las chicas se asomaron y comenzaron a agitar las manos para llamar la atención del hombre indicado por Corinna. Eddie se vio obligado a salir de detrás del cartel de los horarios en el andén y vino hacia adelante despacio, con el sombrero sobre los ojos. En aquel mismo momento dos soldados alemanes entraron en la estación por la cancela del fondo y se dirigieron hacia la sala del jefe de estación. Después de pocos segundos el jefe de estación salió con la banderita roja y fue hacia la locomotora con un paso ligero que subrayaba la torpeza de su cuerpo regordete. Los dos soldados se habían plantado frente a la cabina de los mandos como si tuvieran que hacerle la guardia a algo. Las chicas habían enmudecido y seguían la escena con preocupación. Elsa puso la maleta en el suelo y miró a Eddie con aire desolado. El le hizo señas de proseguir y se sentó en un banco bajo un cartel publicitario de la riviera, sacó del bolsillo el periódico y hundió la cara en él.
Corinna había seguido la escena y pareció haber entendido todo. "Ven, querida," gritó, ¿te quieres decidir a subir?" Con la mano dijo un frívolo "ciao" a los dos soldados que la miraban y mostró una sonrisa deslumbrante. Mientras, el jefe de estación estaba volviendo con la banderita enrollada bajo el brazo y Corinna le preguntó qué estaba sucediendo.
"Quien lo entienda es bien listo," respondió el hombrecito encogiéndose de hombros, "parece que tenemos que esperar un cuarto de hora, pero el porqué no lo sé, son las órdenes".
"Oh, pero entonces podemos bajar a desentumecernos las piernas, ¿verdad chicas?", dijo como piando Corinna tan contenta; y en un momento se precipitó del tren seguida por las demás. "Tú sube", musitó pasando junto a Elsa, "nos ocupamos nosotras de distraerles".
El grupo se dirigió hacia la parte opuesta a aquella en que se encontraba Eddie, pasando delante de los soldados. "¿Pero en esta estación no hay un sitio para descansar?" se preguntaba en voz alta Corinna mirándose alrededor. Era estupenda en llamar la atención, movía las caderas ostentosamente y mecía el bolsito que se había descolgado del hombro. Llevaba un vestido de flores muy adherente y unas sandalias con la suela de corcho. "¡El mar!", "chicas, mirad qué mar, decidme si no es divino!". Se apoyó teatralmente en la primera farola y se llevó una mano a la boca haciendo un gesto infantil. "Si tuviese el bañador desafiaría al otoño", dijo moviendo la cabeza mientras una cascada de rizos rojizos le ondeaba sobre los hombros. Los dos soldados la miraban atónitos sin quitarle los ojos de encima. Y entonces Corinna tuvo un rasgo de genialidad. Quizá fue la farola la que se lo sugirió, o la necesidad de resolver una situación que no sabía cómo resolver de otro modo. Se bajó la blusa hasta descubrir los hombros, se apoyó de espaldas a la farola, dejando balancearse el bolso, luego abrió los brazos y se dirigió a un imaginario público, guiñando los ojos como si todo el paisaje fuese su cómplice. "La cantan en todo el mundo", gritó, "¡también nuestros enemigos!" Se dirigió a las chicas y aplaudió.